L’opera nasce da un’esperienza intima e immersiva, maturata dall’artista negli anni di trasformazione del paesaggio milanese a cavallo di Expo 2015.
Un periodo che ha ridefinito il volto di un’intera area urbana, segnando nel profondo anche chi la vive quotidianamente.
Attorno al sito dell’Esposizione Universale, la città ha accelerato il suo ritmo: infrastrutture potenziate, connessioni rafforzate, nuove architetture sorte a tratteggiare una visione proiettata al futuro. Ma con esse sono apparse anche barriere, recinzioni, palizzate. Segni provvisori che col tempo sembrano essere diventati permanenti, trasformando porzioni di metropoli in un fitto alveare in continua costruzione, dove l’orizzonte si lascia intravedere solo a tratti.
È in questo paesaggio che l’artista coglie un senso sottile di spaesamento, quasi una nostalgia dell’aperto, del semplice, del tempo lento. Le reti – simbolo ambivalente del nostro tempo – connettono e dividono, proteggono e segregano. Così, mentre diventiamo cittadini di un mondo globale, rischiamo di perdere il contatto con la nostra quotidianità più autentica.
I calabroni che compaiono nell’opera, realizzati in stampa 3D e rifiniti interamente a mano, si fanno emblema di questo disagio silenzioso. Insetti dal ronzio disturbante, portano con sé un’energia inquieta, invadente. Sono messaggeri di un cambiamento che non concede tregua, e del senso di compressione che molti vivono in spazi urbani sempre più densi, affollati, in perpetuo divenire – proprio come i loro nidi, simili a cantieri mai conclusi.
L’opera si offre allora come invito a fermarsi, a osservare, a sentire. A riconoscere nell’ansia diffusa dei luoghi anche il bisogno urgente di ritrovare uno spazio interno dove respirare.
